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Che rabbia! – Un libro che racconta la rabbia dei bambini nel modo sbagliato?

Mia figlia è una bambina incline alla rabbia.
Non ho metri di giudizio per definire quanto (qual è la quantità “giusta” di rabbia che può rappresentare una bimba di tre anni, comunque?), ma tant’è.Complice la poca pazienza che pare aver ereditato da me (come tutti gli altri suoi difetti, ovviamente), succede che finisca per sbottare per quelle che agli occhi di noi adulti sembrano piccolezze.
La bambola che non entra nella carrozzina. Il tappo del pennarello rotolato sotto il divano. Il calzino storto, il latte troppo caldo, il bicchiere sbagliato sulla tavola.
E grida forte, si prende a sberle da sola, si graffia la faccia. Pare talmente incapace di gestire la rabbia da inceppare in un corto circuito emotivo, che la vede diventare aggressiva verso se stessa e gli altri.

Tempo fa postai i miei dubbi riguardo la gestione della collera di mia figlia in un gruppo dedicato al maternage empatico e molte mamme mi consigliarono entusiaste di comprare e leggere con Noemi il libro “Che rabbia!”

E così ho fatto. Ma – so di essere adesso una voce fuori dal coro – a me questo libro non riesce proprio farmelo piacere.

Che rabbia! di Mireille D’Allancé, considerazioni sul libro

Il piccolo Roberto torna a casa arrabbiatissimo e, una volta sedutosi al tavolo, non vuole mangiare gli spinaci preparati dal papà. Quest’ultimo, di tutta risposta, scaccia il figlio mandandolo in camera sua “fino a che non si sarà calmato”.

Ed è qua che inizio a storcere il naso. Robertino sarà stato anche indisponente, ma meritava davvero di essere mandato via dal padre, senza neanche un tentativo di approccio empatico?

Possibile che il papà di Roberto non chieda a suo figlio, visibilmente nervoso, il perchè di tanta rabbia? Personalmente se mia figlia tornasse furiosa da scuola le chiederei cosa è successo, perchè è così arrabbiata, sentirei anche il bisogno di escludere motivazioni “gravi” che possano richiedere il mio intervento.

Approfitterei dell’occasione per dirle che può contare su di me, se mai avesse bisogno di un pungi-ball emotivo o di parlare un po’.
Punire mia figlia perché arrabbiata e allontanarla non credo sarebbe un buon approccio. Cosa le insegnerebbe? Che le voglio bene e gradisco la sua presenza solo se carina e di buonumore? Che la sua rabbia mi è talmente molesta da chiederle di nasconderla e confinarla nella sua stanza?

Voltiamo pagina. L’ira di Roberto si fa così violenta che si materializza in un essere abnorme, rosso, dall’espressione arcigna. Il bambino ne rimane talmente sopraffatto da restare inerme mentre l’essere mette a soqquadro la stanza, rovesciandone i mobili e gettando a terra/rompendo i giocattoli.

La traduzione della metafora, quale è? Quella della rabbia che riesce a sopraffare la razionalità del bambino, a divenire furiosa, distruttiva. Il bambino non è responsabile di ciò che accade, non è lui a distruggere ma a farlo è una entità a sé stante, grossa e minacciosa.

Ma, come è emerso in diversi forum in cui ho cercato recensioni, a molti bambini, troppo piccoli per interpretare le figure astratte in modo corretto – mia figlia tra questi – il “mostro” trasmette una gran inquietudine. Tanto da pensare: “meglio non arrabbiarsi, sia mai che spunta quell’essere rosso, mi fa così paura… e poi rompe tutte le mie cose”.

C’è chi temeva addirittura che urlando troppo forte le potesse uscire quella “cosa” dalla bocca, come disegnato nel libro.

Alla fine del libro Roberto si calma e il mostro della rabbia viene da lui apostrofato con epiteti come “cattivo”, “brutto” e “stupido”. Il finale non è molto approfondito e si passa dalla rabbia che viene chiusa nella scatola a Roberto che chiede a suo padre se è rimasto del dolce da mangiare, senza che niente spieghi a chi legge che la rabbia, una volta chiusa nella scatola, si placa e fa sì che Roberto torni ad essere un bambino tranquillo.

Insomma, da stato d’animo da nascondere e punire (“vai nella tua stanza, non ti voglio vedere così, torna quando sarai calmo!”) ad emozione da reprimere per evitarne le temibili conseguenze, perché se si perde il controllo, se non si tiene “il mostro brutto, cattivo e stupido” chiuso dentro una scatola (come il famoso vaso di Pandora) papà si arrabbia e chissà che cosa potrebbe mai succedere.

Una chiave di lettura del tutto personale, certo.
In casa nostra il libro è stato bocciato: voto 4, buona l’intenzione ma concept e personaggi da rivedere.

Voi che ne pensate?