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I bambini non si toccano. Ma se capita?

Io sono una madre che aborre la violenza fisica e psicologica.

Lanciavo sguardi di biasimo ai genitori che al supermercato sculacciavano i figli perché troppo vivaci. Mi tappavo le orecchie esasperata dai tanti “non ti voglio più bene”, “sei cattivo”, “se continui le prendi” gridati da mamme altrettanto esasperate.
E fin da quando accarezzavo il mio primo pancione, mi sono sempre ripromessa che con mia figlia avrei fatto la differenza.

Che le mie mani avrebbero accarezzato, cullato, lenito, mai colpito. Che la mia bocca avrebbe riso forte e baciato, mai aggredito.

Cosi è stato, per i primi due anni e mezzo di mia figlia.
Certo, la pazienza è venuta spesso a mancare, ho alzato la voce, alzato gli occhi al cielo, mi sono arrabbiata con lei e con me stessa più di una volta. Ma, viva il cielo, nonostante il mio pessimo carattere sono quasi sempre riuscita a correggere il tiro.

Poi è nato Daniel.

Un batuffolo che ha portato scompiglio, gelosie, ancora più stanchezza. E la sorella maggiore, che ha dovuto elaborare un vero e proprio trauma con l’arrivo di quel fratellino biondo dagli occhi azzurri impossibile da non adorare, è passata dalla negazione alla tristezza, dalla tristezza alla gelosia, dalla gelosia alla rabbia.

La rabbia che, piccina, sembra essere più forte di lei e della sua indole tutt’altro che violenta. Ed ecco che spinge, prende il fratellino a calci, gli pesta le dita, gli mette le dita negli occhi.

E quello gattona felice, la guarda deliziato come solo un bambino di sette mesi può fare, le ride come se lei fosse il suo giorno di festa. Lei ci prova, lo bacia, lo circonda di giochi, gli fa cento versetti striduli per farlo ridere…Però, puntualmente, la rabbia emerge nuovamente. Ed ecco che all’improvviso gli dà una sberla, facendolo piangere. Oppure lo fa cadere all’indietro, e quello sbatte la testa sul pavimento di legno.

Ed a me tocca fare i conti con una parte di me che credevo e speravo sopita.

Quella un po’ fallata, un po’ primitiva, che sente il bisogno di difendere il cucciolo più fragile, più piccolo, da chiunque rappresenti in quel momento il pericolo.

Anche se si tratta della mia cucciola dagli occhi di mandorla, l’anima che più amo al mondo.

Perciò,  la spingo lontana dal fratello.  La scaccio. Le dico: “Perché sei cosi cattiva con lui?”. La graffio anche, involontariamente, cercando di allontanarla da lui prima dell’ennesimo calcio.

E lei mi guarda avvilita, il labbro all’ingiù, l’espressione tradita. Ed io, veramente, una volta passata l’impulsività del momento, una volta staccata la spina dal pensiero “devo-difendere-il-mio-piccolo-ad-ogni-costo” vorrei scavarmi una fossa da sola e raggomitolarmici dentro per quanto detto o fatto.

Perciò, eccomi qua a scriverne.

Perché, a pensarci bene, non ho niente di cui vergognarmi. Ho, è vero, molto su cui lavorare. Ma sono sempre io, e sempre lancio sguardi di biasimo agli sculaccioni altrui, e sempre mi tapperò le orecchie se sentirò una madre dire “non ti voglio più bene se fai cosi”.

Perché io la aborro davvero, la violenza. Non ho mai sculacciato mia figlia solo perché “non ubbidiente”, o perché al supermercato mi rende la vita impossible. Non la schiaffeggio perché rovescia volutamente l’acqua sul pavimento. Non le dico le cose una, due, dieci volte per poi prenderla a botte pensando che “ogni tanto ci vuole”.  Non credo assolutamente nelle punizioni (soprattutto quelle corporali) per ottenere risultati, non è la linea educativa che seguo e che seguirò mai.

Ma sono umana, e sbaglio.

Perciò, cosa si deve fare quando si sbaglia? Quando capita di non essere i genitori che avremmo voluto essere, e che i nostri figli meritano di avere?

Chiedere scusa

Intanto, chiedere scusa. Sto scrivendo questo articolo con mia figlia in braccio, la tengo stretta a me, le accarezzo i capelli. Le ho chiesto scusa baciandole le palpebre, l’ho tenuta abbracciata mentre dormiva.

Le chiederò scusa anche domani, se serve. E dopodomani.

Confrontarsi

E poi, confrontarsi con terze persone sull’accaduto.

Con mamme che sanno che non è sempre facile seguire la propria etica, che i nervi sono sempre lì lì per spezzarsi, e che amare due figli è infinitamente più complesso del semplice amarne uno e fare di lui il centro della propria esistenza.

Sentirsi comprese è essenziale. Sentire le storie degli errori altrui, anche. Perché non serve a niente sentirsi delle derelitte fallite, perché tra il giustificarsi e l’affossarsi c’è anche una valida alternativa. Ed è quella di elaborare, accettare, andare avanti.

Cercare soluzioni

E infine, cercare soluzioni, trovare un’alternativa.

Navigare on-line alla ricerca di idee su come affrontare la gelosia tra fratelli, su come sopravvivere a questi mesi cosi duri, su come tutelare il piccolo senza togliere amore e rispetto alla grande.

A tal proposito, ecco una lettura che ho trovato utile e che mi ha dato una chiave di interpretazione diversa.

Invitandomi a

Rispondere alla rabbia con l’Amore

Abbracciare invece di mortificare. Non punire, non sgridare, non premiare. Amare ancora di più proprio quando la personcina che hai davanti sembra meritare meno amore, perché quello è il momento in cui più ne ha bisogno, quello è il modo in cui ti chiede di esserci di più e di esserci meglio.

Volerle bene anche quando è arrabbiata, volerle bene anche quando lo sono io.
Scontato? Forse. Facile? No di certo.

Vale la pena fare un tentativo?

Assolutamente sì.

Perciò, ci proverò, ci proveremo, che dite?