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Pedagogia e Mammagogia

Pedagogia.
Una parola che ogni madre trova ovunque, e che a tratti appare perfino molesta. Gli esperti dicono. Il pedagogista consiglia. Il nuovo libro del dottor X.
E noi mamme leggiamo, leggiamo, studiamo, come neanche tra i banchi di scuola, tanti anni fa. Con un occhio rivolto al nostro bambino che gattona sul pavimento e l’altro sul libro della teoria montessoriana. Con i manuali di puericultura stipati in ogni dove, dal comodino al bagno.

Ed è un bene, certo, che adesso l’informazione navighi a vele spiegate laddove fino a qualche anno fa vigeva il verbo del pediatra del paesello, mai contestato o messo in dubbio dalle neomamme. E’ un bene che ci si adoperi tanto, noi genitori, a capire gli errori della generazione passata e ad evitare quelli delle generazione presente. Che meraviglia, che ci siano esperti come Gonzales o Sears a dirci che andrà tutto bene, che è l’Amore la chiave di volta della genitorialità moderna.

Ma.

Qual è l’altra faccia della moneta, cosa serve a noi madri più dell’ennesimo trattato di pedagogia?

Serve che qualcuno inventi la mammagogia. Serve uno studio che spieghi il nostro sentire, che ci dica – e lo dica a chi ci sta intorno – che ciò che proviamo è sano e normale, e come tale va accolto.

Serve un esperto che accanto alla biologia del neonato parli della biologia materna, di quando nasce una mamma e di cosa questo comporta. Serve che un libro spieghi quali ormoni si smuovono sotto la pelle di una donna che cresce una vita dentro di sé, quegli ormoni che la fanno ridere, per poi farla piangere, per poi farla infuriare e ancora ridere, nella più rocambolesca delle danze emotive.

Serve che un mammologo parli dell’esogestazione della mamma, che vive quel fagottino come una estensione di sé stessa per mesi, e che per questo vorrebbe tenerlo per sé, proteggerlo dalla presenza ingombrante del mondo, dai suoi rumori, dal suo vociare, dalle brutture che sembrano fiorire in ogni dove.

Diceva Erica Jong,

“Nessuno stato è così simile alla pazzia da un lato, e al divino dall’altro, quanto l’essere incinta. La madre è raddoppiata, poi divisa a metà e mai più sarà intera.”

Però nessuno lo dice, di quanto una madre si senta folle, di quanto quel non essere più intera possa rivelarsi una croce, e di quanti sospiri e lacrime possa riempirsi una pancia ormai vuota.

La mammagogia dovrebbe insegnare alle persone – siano esse mariti, suocere, cognate, amiche – a verbalizzare, affinché una mamma possa sentirsi capace di aprirsi, invece di farle sentire come finestre chiuse a metà e lasciate ad arrugginire. Dovrebbe insegnare agli sconosciuti l’arte della parola gentile, dell’osservazione. I mammologhi più famosi bandirebbero i consigli non richiesti, le accuse bisbigliate, le critiche, i commenti malevoli. Alcuni studi dimostrerebbero che una mamma non va lasciata sola, altrimenti i pensieri cattivi, così come le erbacce, hanno modo di attecchire alla svelta.

Montessori avrebbe detto che le mamme devono essere aiutate a “fare da sole”. Sears avrebbe evidenziato il bisogno per ogni mamma (donna) di essere abbracciata, di notte, da qualcuno capace di farla sentire al sicuro e amata. Steiner avrebbe detto che quello della mamma é un ruolo un po’ magico, da riportare alla bellezza della natura e della semplicità.

E insomma, pedagogia si, ma prima per la bambina che ogni mamma nasconde dentro di sé, e solo in un secondo momento per i bambini che quella mamma accudisce e cresce.

I principi della mammagogia in pillole

– Riconosci i tuoi sentimenti come naturali ed accoglili, anche se si tratta di rabbia e tristezza.

La pedagogia ti chiede di insegnare ai tuo figli che é possibile gestire tutte le emozioni senza reprimerle, perché talvolta è naturale essere arrabbiati, delusi, tristi. Come madre ti senti (o sei) invece sotto accusa se non ti presenti perennemente sorridente e cortese. Allora dai il buon esempio, concediti ogni tanto una sana incazzatura, e se hai bisogno di un bel pianto liberatorio – anche davanti ai tuoi figli – piangi. Sarà una preziosa occasione per spiegare loro cosa significa essere sopraffatti dalle emozioni e che sei umana.

– Crea una routine in cui trovare rifugio.

Quante volte hai letto che i bambini hanno bisogno di una routine giornaliera e di ritmi familiari e rassicuranti? La vita di una madre è spesso all’insegna del caos e darti dei punti fermi a cui tornare non può che farti sentire più serena. Una tisana serale e un caffè la mattina, dieci minuti per una doccia (da sola, altrimenti non vale!), qualche riga di un libro (non di pedagogia, altrimenti non vale) prima di dormire, un aperitivo con un’amica il venerdì sera.

– Permetti a te stessa di sbagliare.

Concediti un po’ dell’indulgenza che rivolgi a tuo figlio perché nessuno ti ha insegnato cosa significa veramente essere madre, nessuna di noi lo ha capito prima di diventarlo, quando la frase “il lavoro più difficile di tutti” ha avuto finalmente un senso. Perdi la pazienza, hai urlato, hai punito, hai detto qualcosa che con il senno di poi ti sembra tanto orribile? Tuo figlio probabilmente non ci pensa già più. Chiedi scusa, ammetti i tuoi errori, spiegane i motivi e vai avanti. A testa alta.

– Pratica l’alto contatto con te stessa.

Rispondi alle tue esigenze, ascolta i tuoi bisogni, i tuoi limiti fisici e psicologici. “Se la mamma non è felice, nessuno è felice”, recita un vecchio adagio. Puoi anche mettere da parte i tuoi bisogni per un po’, ma presto o tardi questi si rifaranno vivi e pretenderanno di essere accolti, e lo faranno con violenza. Se hai bisogno di riposare un’ora, chiedi a tuo marito/tua suocera/tua madre di darti il cambio. Rimanda il procrastinabile, come le pulizie. Avere la casa sporca non è gradevole e i primi mesi si tende a sentirsi onnipotenti perché a fare meno di quanto siamo abituate ci sentiamo un po’ fallate. In realtà un tempo di assestamento serve a tutti, e il disordine non ha mai fatto vittime. Se hai dieci minuti liberi e devi scegliere tra fare la doccia o lavare i tappeti, dai sempre la priorità ai TUOI bisogni. E fallo senza sentirti in colpa (altrimenti non vale!)

– Non dimenticare mai che non sei “solo” una madre.

Sei anche e sopratutto una donna, una persona, con un vissuto, delle idee e delle passioni. Non annientare ciò che sei in nome della maternità. Per i primi tempi è naturale che i tuoi figli abbiano la priorità ed occupino ogni istante della tua giornata, ma presto cresceranno, avranno interessi e attività che non richiederanno la tua presenza, andranno a scuola. Vivi il presente con un occhio rivolto al futuro: se hai lasciato il lavoro per dare il 100% come mamma, tanto di cappello. Ma è questo che vuoi fare per i prossimi dieci anni? Ti senti appagata? Se la risposta è sì, va bene così. Ma se da qualche parte dentro di te c’è un’ambizione sopita, un lavoro che amavi e che hai messo da parte, una passione che ti faceva sentire viva, forse è il caso di non lasciare mai del tutto le redini di quella parte della tua vita.

Io ho ridotto sensibilmente le mie ore di lavoro quando è nata la mia prima bimba, e con l’arrivo del fratellino ho dovuto trovare un nuovo assetto capace di funzionare per entrambe le “me”: madre e designer. Per mesi ho lavorato due ore al giorno, a volte un’ora sola, lavorando dalle due alle quattro del mattino (unico momento di quiete, con entrambi i bambini dormienti). A gennaio probabilmente la grande inizierà l’asilo ed io dovrei poter lavorare la mattina, part time.
Amo il mio lavoro. Quando sono al computer e disegno il tempo si ferma, il cuore batte più lento, ogni problema sembra sparire. Se non avessi il lavoro come valvola di sfogo sarei una madre peggiore, una donna insoddisfatta, priva di obiettivi.
Ovviamente questa è la mia esperienza personale: si può essere felici anche facendo le mamme full time? Probabilmente si, ma per quanto tempo? Fino ad adesso le madri più equilibrate e serene che ho conosciuto lavorano part-time o comunque dedicano del tempo ad un’attività che le rende felici, come lezioni di zumba o di yoga due volte a settimana. Le mamme “fulltime” di bambini di 5/6 anni mi sembrano spesso frustrate, annoiate, insoddisfatte. A volte perfino troppo zelanti e opprimenti nei confronti dei figli, quasi a volerli “trattenere”, per non farli crescere e non vederli andare per la loro strada.

E infine: chiudi il libro di pedagogia che stai leggendo. Solo per un po’, vai a braccio. Segui l’istinto. Non abbiamo sempre bisogno che qualcuno ci dica come parlare ai nostri bambini o come dobbiamo comportarci in una certa occasione. Cerchiamo libri per spiegare ai nostri figli la malattia, la morte, la guerra, l’amore, un trasloco, la diversità.. quando basterebbe semplicemente parlare loro con sincerità e semplicità. Non complichiamoci la vita con teorie, statistiche, sondaggi e studi: essere mamme é anche e soprattutto una questione di cuore e di pelle.