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Quella bambina che proprio non riesco ad amare

Ci metti una vita intera a chiudere la tua infanzia in un armadio, pregandola di fare silenzio.
Di non uscire scomposta alla prima occasione.
Poi diventi madre.
E non c’é serratura che tenga: nell’arco di pochi mesi il passato ritorna, prepotente, talmente forte da scomporti in tanti piccoli pezzi di te.
La mamma, l’amica, la donna, la moglie.
E, in un angolino della stanza, la bambina che sei stata.

Alle prese con la consulenza di una psicologa che ti aiuti a capire te stessa (perché tu, da sola, in trent’anni ancora non ci sei riuscita), ti senti dire che, adesso che hai un figlio, é fondamentale tu impari a volere finalmente bene a quella bambina confinata a fatica nell’angolo, quella piccola pugile che dal bordo del ring aspetta ad occhi bassi di incassare l’ennesimo colpo.
E tu la guardi di sottecchi, lo stesso sguardo che concederesti ad un cane randagio che ti mostra le zanne, un misto di compassione e paura.
Le provi tante, di cose, a vederla così. Ma amore, mai. Provi imbarazzo, disagio, tristezza.
A tratti la rabbia, quasi ancestrale.
Poi non senti più niente.
Perché ti autocensuri e a quella bambinetta con lo sguardo triste nascosto dagli occhiali cerchi di non pensarci più.
E invece, pare la si debba amare.
Pare che io debba invitarla a sedere sul divano, accanto a me e a mia figlia, in modo che possano familiarizzare.
Facendo sì che ognuna accarezzi le corde dell’altra, come arpe che suonano all’unisono la stessa ballata.
Perché nella mia bimba c’é molto, di quella bambina che proprio non mi riesce di amare. E perché una madre con un nodo irrisolto é una madre a metà, un adolescente mai cresciuta che abita nella stanzetta a casa dei suoi e che gioca a fare la grande.
Per imparare ad amare quella bimba, devo ripercorrere ogni sua aspettativa. Asciugarle le lacrime (quante!), lasciarla parlare di fatti e persone – chiuse anch’esse nell’armadio da tutta una vita – accendere tante luci quante zone d’ombra si ritrova, affinché non abbia più posti per accoccolarsi e fare della propria tristezza una gabbia.
Non é facile. Non é indolore.
Ma é un lavoro che mi tocca fare, che tutti i genitori dovrebbero essere costretti a fare: smantellare le impalcature, distruggere le sovrastrutture emotive e ricominciare da zero.
Amare i propri bambini.
Anche quelli che ognuno di noi si porta dentro a mo’ di zavorra.

Tutto questo per dire: se sapete come si fa, da dove si comincia, ecco, mi piacerebbe tanto saperlo.