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Il metodo Montessori: a scuola, senza etichette

Sono da sempre allergica ad etichette, metodi, confraternite e divise. Risposte immutabili e bollini blu.

Quando mi identificano come montessoriana sento un certo fastidio, appena temperato dall’affetto che ormai sento per la famiglia a cui da quest’anno ho affidato tutti i miei 4 figli (ho la fortuna, di cui sono anche un po’ artefice, di avere a pochi minuti da casa un asilo nido, una scuola d’infanzia e una primaria pubbliche e montessoriane).

Di più: collaborando con Fondazione Montessori coordino una rete di dieci istituti che stanno introducendo il metodo nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria della provincia in cui vivo; supporto altre scuole  e sostengo gruppi di genitori – in diverse zone d’Italia – che vogliono promuovere corsi sul metodo Montessori e l’introduzione di questa innovazione pedagogica e didattica nelle classi che frequenteranno i loro figli.

Un’innovazione sì. Avete sorriso qualche parola fa? Solo tre anni fa avrei quantomeno sollevato un sopracciglio, se mi avessero presentato come innovativi i metodi di quella anziana signora, vissuta prima dei miei genitori (mio padre è nato l’anno della sua morte), intabarrata in gonnellone della prima metà del Novecento.

Avevo sempre considerato le scuole montessoriane nicchie dorate di qualche élite di ricche famiglie di città, con denaro e snobismo sufficienti a non voler mescolare i propri figli con la plebe delle scuole pubbliche.

Invece, tanto per iniziare, è proprio nella scuola pubblica, gratuita e popolare, che il metodo può trovare casa e rappresentare l’unica alternativa alla didattica tradizionale.

Per questo, tra anni fa, ho provato a capirne di più, quando l’alternativa che iniziava a profilarsi davanti a me era l’homeschooling e un licenziamento dal mio posto di insegnante…

Avevo capito che la scuola tradizionale non era più il mio posto, né sarebbe stato il percorso delle mie figlie (due, allora). E leggendo ho trovato parole, immagini, sguardi educativi rivoluzionari – se messi a confronto con i silenzi, l’inerzia, la nebbia che mi sembrava (e mi sembra) permeare il lavoro di troppi miei colleghi e colleghe.

La nostra scuola nella sua versione ordinaria è premontessoriana, nonostante la patina di modernità data dalle nuove tecnologie. Maria Montessori, invece, propone un metodo davvero innovativo, in tutti i suoi pilastri portanti e nelle sue pratiche quotidiane.

Ecco in cosa consiste la novità:

L’orgoglio della nuova maestra diventa quello di avere aiutato il bambino a fare senza di lei, di aver preparato le vie del suo andare spontaneo, abbattendo i principali ostacoli che potevano impedirlo.

Perché non siamo noi che insegniamo ma i bambini che imparano, bambini nati naturalmente “programmati” per apprendere in autonomia, a condizione di avere a disposizione l’ambiente adatto e i materiali corretti per poter procedere.

Anche la Montessori era consapevole che quanto andava proponendo, soprattutto in questo capovolgimento dei ruoli, non era così semplice da accogliere. Quanto sono attuali queste sue parole:

Chi ha seguito questo movimento educativo sa che fu ed è tuttora discusso. Ciò che più ha suscitato discussione è quel capovolgimento tra adulto e bambino: il maestro senza cattedra, senza autorità e quasi senza insegnamento, e il bambino fatto centro dell’attività che impara da solo, che è libero nella scelta delle sue occupazioni e dei suoi movimenti. Quando non è sembrato una utopia, è apparso una esagerazione.

Per me questa è stata la rivelazione: non per la novità del concetto ma per la chiarezza e la legittimità per cui poteva finalmente passare dalla mia fantasia ad una realtà tangibile. Una scuola centrata sui bambini, sulla loro libertà, sulla fiducia nella loro capacità di fare, essere ed apprendere. Con un adulto vicino meno onnipotente e burattinaio; meno giudice, soprattutto.

Una scuola senza voti e senza premi e punizioni. Perché la motivazione interiore per apprendere, ma anche per vivere in armonia con se stessi e con gli altri, è una risorsa da tenere viva e non da considerare perduta o inesistente e recuperabile solo con l’addestramento di un bravo capobranco.

Maria Montessori è morta nel 1952. Dopo di lei, e nei medesimi anni, la pedagogia attiva ha visto esperienze importanti. Che ne facciamo nei nostri percorsi montessoriani?

Libertà di scelta, autonomia, ambiente e materiali sensoriali ed autocorrettivi per l’apprendimento, ruolo regista dell’insegnante, osservazione e rispetto delle fasi di sviluppo. Queste le fondamenta, o i pilastri, della dottoressa di Chiaravalle.

Credo che possano convivere con la scrittura collettiva di don Milani, la grammatica della Fantasia rodariana, il giornalino di classe di Mario Lodi, la maieutica nonviolenta di Danilo Dolci e tutte le pratiche, gli strumenti, le esperienze che hanno tolto la cattedra dal centro della scena, interrogandosi su chi è il bambino, come impara e come cresce.

Montessoriana e non solo, sarebbe la scuola dei miei desideri. O forse veramente montessoriana proprio nella misura in cui la libertà e le domande rimangono aperte per continuare a dialogare, osservare, imparare. Anche da insegnanti.

 

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